Stile è un premier che lavora
Tutti a far congetture sulle mani tenute in tasca, sul vulnus inferto a Senato e Camera da discorsi fatti a braccio, a misurare l’approccio prima impacciato poi sciolto poi quasi insolente, a commentare il linguaggio da mercato rionale, l’assenza di pathos e citazioni alte. Ma chissenefrega. Lo stile è l’uomo ma l’opera lo è molto di più. E’ sui processi di rottura che metterà in moto, sui cambiamenti effettivi condotti in porto, sulle decisioni prese e sulle resistenze vinte, sugli sconquassi a venire che Matteo Renzi giocherà la sua partita e dovrà essere giudicato.
18 AGO 20

Tutti a far congetture sulle mani tenute in tasca, sul vulnus inferto a Senato e Camera da discorsi fatti a braccio, a misurare l’approccio prima impacciato poi sciolto poi quasi insolente, a commentare il linguaggio da mercato rionale, l’assenza di pathos e citazioni alte. Ma chissenefrega. Lo stile è l’uomo ma l’opera lo è molto di più. E’ sui processi di rottura che metterà in moto, sui cambiamenti effettivi condotti in porto, sulle decisioni prese e sulle resistenze vinte, sugli sconquassi a venire che Matteo Renzi giocherà la sua partita e dovrà essere giudicato. Allo scopo non sembra molto utile visitare scuole ai quattro punti cardinali, ispezionare pezzi di territorio da rammendare, occuparsi del dolore delle vittime della strada: cose per cui noi tutti vibriamo all’unisono con il premier senza bisogno di una campagna di comunicazione, in sé noiosa e piuttosto demagogica. Sarebbe invece molto utile se rinunciasse a questa visibilità da sindaco che tanto affeziona e con i suoi fidi consiglieri cominciasse a studiare i dossier, possibilmente in stanze chiuse, dove non pensare più a chi parlare e come.
Per stabilire priorità, far di conto e decidere: la ricreazione è finita, l’ha detto lui, si studia e non si bigia, non si va nemmeno in gita in una città d’arte. All’inizio anche il suo caro amico Obama sapeva ben poco di Studio ovale, di war room, di esercizio del potere centrale, di politica economica e di welfare: ma ha dovuto legarsi alla sedia, portare a termine, prepararsi alla consegna, “to deliver”, come dicono gli americani e ripetono fino alla noia persino i funzionari italiani di Bruxelles. Ora che ha ottenuto la fiducia, non avrebbe più nemmeno particolari ragioni per farsi vedere in Aula, nelle democrazie mature i parlamenti servono solo a formare maggioranze, le leggi le fanno i governi. Quindi mostri davvero che non intende cincischiare tre mesi, fino alle europee, giusto per vedere come butta e in caso di difficoltà o di risultati mediocri sperare che una delle due premiate fornerie, Berlusconi o Alfano, lo costringa ad andare al voto.
Ci rassicuri che non stiamo vivendo la stralunata ammuina che raccontano i raffinati cultori di quella bufala che è la legge elettorale. Se davvero Renzi vuole andare veloce nella palude, deve stanare, disboscare, defoliare, per non inciampare ed essere risucchiare a sua volta. Deve in fretta mettere a punto strumenti efficaci, non dico il napalm il cui odore al mattino sembra ormai eccitare solo noi, ma almeno un affilato machete. Sarebbe inglorioso se il famelico, spavaldo squalo da Rignano sull’Arno che contro tutti e tutto ha realizzato la più folgorante ascesa al potere mai vista in Europa, dovesse finire al tappeto perché gioca a fare il sindaco d’Italia. E non il leader che nutre l’ambizione di passare alla storia.